L.A. Woman ne fa 45.

Il 19 aprile del 1971 usciva “L.A. Woman”, ultimo disco in studio dei Doors, considerato tra i migliori della loro (ahimè) limitata produzione.

Eppure quest’album ha rischiato di non venire mai alla luce.

Durante i lavori preliminari, infatti, il produttore del tempo, Paul Rothchild, abbandonò gli studi di registrazione (o fu comunque allontanato) a causa di forti divergenze con il gruppo, legate (si dice) alla direzione eccessivamente commerciale che il “prodotto Doors” stava prendendo.

“Love Her Madly”, una delle canzoni per così dire più “soft”, fu da lui definita senza peli sulla lingua “musica da cocktail”.

Fortunatamente, la situazione fu recuperata attraverso due decisioni rapide, che si riveleranno fondamentali: la prima fu quella di assumere un nuovo produttore, nella persona di Bruce Botnick, mentre la seconda di spostarsi nello studio del quartier generale del gruppo, il “Doors Workshop”.

Il nuovo collaboratore era persona affidabile, in quanto fonico di tutti i dischi precedenti, mentre la nuova sistemazione contribuì a ricreare un clima più familiare, che diede nuova linfa alla creatività e nuove energie ai componenti della band.

A queste vicissitudini iniziali si legano poi delle curiosità interessanti, man mano che l’album prende forma e consistenza.

La prima è che Jim Morrison registrò le proprie parti vocali in un bagno: la nuova location non disponeva infatti di una vera e propria cabina per la voce e quindi si pensò bene di adattare quel “particolare” locale.

Sappiamo poi che il gruppo si affidò a Jerry Sheff, nientemeno che il bassista di Elvis Presley, con l’intento, pare, di dare un tocco più funky al disco. Mai scelta si rivelò più azzeccata: il nuovo ingresso permise una più efficace comunicazione a livello ritmico tra batteria e voce, liberando al contempo Ray Manzareck da un’incombenza che aveva sempre affidato alla propria mano destra.

In quel particolare periodo della storia dei Doors, il leader Jim Morrison era ormai consumato da una vita di eccessi e fu quindi necessario velocizzare i tempi di produzione e realizzazione delle varie tracce, visto che il cantante poteva fornire un contributo intermittente e non sempre lucido.

Questo portò ad ultimare le sessioni in studio in una sola settimana, una tempistica terribilmente breve, se pensiamo che “The Soft Parade” fu realizzato in circa nove mesi!

Un aneddoto particolare è legato a “L’America”: questa canzone vide la luce quasi un anno prima, perché era inizialmente prevista come parte della colonna sonora di “Zabriskie Point”, il film di Antonioni.

Il regista italiano cambiò idea e questo consentì ai Doors di inserirla nell’album.

L’ultima nota di interesse risiede nella copertina: Jim Morrison chiese espressamente di essere rappresentato allo stesso livello degli altri componenti della band, il che andava contro allo standard tenuto fino ad allora, fatto di una predominanza assoluta della sua figura.

In “L.A. Woman” si vede un Morrison addirittura posizionato più in basso rispetto agli altri, con la barba folta e l’espressione provata di una persona cui la vita sta presentando un conto salato. Finisce quindi l’era del cantante idolo, che sovrasta tutto e tutti.

Devo dire che ascolto spesso e volentieri questo disco, forse perché rappresenta anche la fine di un sogno.

L’importante, aldilà di tutto, è lasciare un segno indelebile ed essere ricordati per sempre.

Questo i Doors l’hanno sicuramente fatto.

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