Deep Purple, divinità musicali.

Da molto tempo desideravo parlare di una delle band che amo di più in assoluto e questa sera riesco finalmente a farlo.

I Deep Purple rappresentano per me la quintessenza del rock, una band di immensa grandezza, che ha influenzato miriadi di musicisti in tutto il mondo.

Il gruppo ha attraversato diversi cambi di formazione: sono legato indissolubilmente a quella con cui si sono fatti conoscere, che per me ha lasciato un segno indelebile e prodotto album insuperabili.

Quando penso ai Deep Purple, infatti, mi vengono in mente la voce di Ian Gillan, la chitarra di Ritchie Blackmore, l’organo di John Lord, il basso di Roger Glover e la batteria di Ian Paice. Una combinazione devastante di talenti, insomma.

Il gruppo viene solitamente classificato all’interno del genere hard rock/heavy metal e considerato come uno dei progenitori di questi stili musicali. Questa categorizzazione ha certamente un senso, ma è necessario tenere conto che la band si è avventurata in varie contaminazioni stilistiche durante la propria storia, iniziando dal blues e passando anche attraverso il funky, il jazz, il folk ed il prog.

Ciò che a mio parere rende indimenticabile questa formazione sono però i fraseggi, i dialoghi tra i diversi strumenti e tra questi ultimi e la voce di Gillan.

Nessuna delle canzoni che hanno posto la band all’interno della storia del rock si esime da questa connotazione: l’organo di John Lord e la chitarra di Ritchie Blackmore in alcuni tratti sembrano parlare tra loro, con il primo che propone un tema e la seconda che lo segue, per poi proporre a sua volta una variazione che va ad incrociarsi con l’inevitabile ripresa del primo.

E’ un tessuto piuttosto complesso ed intricato, che diventa maggiormente affascinante ed intrigante ogni volta che lo si ascolta.

A volte, capita anche che organo e chitarra procedano insieme, creando un canale sonoro di incredibile potenza, che produce un corto circuito di sensazioni diverse e travolgenti.

Non è un caso che in molte canzoni si trovino sia un assolo di chitarra che un assolo di organo e che Lord abbia collegato il proprio strumento direttamente all’amplificatore della chitarra di Blackmore: quest’ultimo è da molti considerato il momento in cui la band virò definitivamente verso sonorità più potenti ed hard, che caratterizzeranno molti dei suoi più famosi ed influenti album.

Ma le tessiture qui sopra descritte, a volte raffinate e molto più spesso dirompenti, hanno sempre trovato il proprio logico ed istintivo completamento nella voce di Gillan, capace anch’essa di imbastire dei dialoghi dall’impatto sconvolgente e di interpretare nel modo più efficace possibile, a seconda dei casi, la tensione verso l’infinito, la sofferenza, la drammaticità e la rabbia contenute in ciascun pezzo ed in attesa di essere rivelate a ciascuno.

Una voce che può sussurrare, una voce che sa soffrire, una voce che infine deve urlare: esemplificativo di queste grandi capacità interpretative è sicuramente il pezzo “Child in time”, una delle pietre miliari della produzione del gruppo.

Ma torniamo per un momento a Blackmore, perché sarebbe delittuoso non spendere altre parole su uno dei chitarristi più influenti della storia della musica.

Il suo stile secondo me non è definibile con pochi aggettivi, denso com’è di invenzioni, trovate, bending, arpeggi, legati e cromatismi: l’unica certezza che si può avere è che non suonerà un assolo o una parte armonica allo stesso modo in cui l’ha suonata la volta precedente.

Anche lui, come un certo Jimmy Page, credeva nel potere dell’occulto: lo testimonia il cappello da stregone che talvolta indossava durante le esibizioni.

Forse questa è una delle chiavi dell’imperscrutabilità della sua tecnica, della varietà dei suoi approcci allo strumento, della sconfinata grandezza del suo talento: se si guardano alcuni video del passato, si può notare come in alcuni frangenti Blackmore abbia delle movenze quasi da prestigiatore e riesca a far scaturire una cascata infinita di note dal proprio strumento quasi senza toccarlo.

Di gruppi come i Deep Purple ne nascono pochi, sia per il talento dei singoli membri che per le fortunate congiunzioni astrali necessarie a farli incontrare e suonare assieme.

Credo comunque che chi ha talento vada a cercare solo chi ha altrettanto talento: è una cosa molto istintiva, difficilmente spiegabile, ma, a mio parere, estremamente vera.

 

 

 

 

 

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