30 anni di “Master of Puppets”

Oggi, 3 marzo, ricorre il trentennale dall’uscita di una delle pietre miliari della storia dell’heavy metal.

“Master of Puppets”, terzo album in studio dei Metallica, contribuì ad alzare ancora di più l’asticella in termini di qualità sonora e produzione, divenendo con il tempo uno dei dischi più idolatrati ed influenti nel proprio genere.

Prodotto da Flemming Rasmussen e realizzato in tempi sbalorditivamente brevi (si parla di otto settimane!), è l’opera che fa da vero spartiacque nella carriera della band statunitense: circa sei mesi dopo l’uscita, infatti, il bassista Cliff Burton, una delle più grandi menti compositive che abbiano calcato le scene musicali, morì nelle tragiche circostanze che tutti conosciamo.

Fin dalla celeberrima copertina, che rappresenta un cimitero pieno di croci bianche collegate attraverso dei fili a due mani in un cielo rosso sangue, si rende chiaro il tema dell’album: gli effetti sulle persone della manipolazione e dell’oppressione da parte dei cosiddetti “poteri forti”, che generano dipendenza ed alienazione.

Tutto nacque in un garage di El Cerrito in California, quando James Hetfield e Lars Ulrich si incontrarono con alcune buone idee in testa. Solo successivamente gli altri due membri della band furono resi partecipi del processo di creazione dell’opera.

La struttura complessiva dell’album assomiglia molto a quella del precedente “Ride the Lightning”, con un pezzo iniziale molto veloce ed aggressivo, in up-tempo, ma introdotto da una chitarra acustica e seguito da una lunga title track: la prima metà del disco si conclude poi con una canzone che contribuisce a bilanciare il climax di potenza raggiunto con le precedenti.

Nella seconda metà si ricomincia subito a correre, per poi assistere, con “Orion”, al vero pezzo di bravura di Cliff Burton, in una traccia completamente strumentale che esalta le sue abilità tecniche e compositive (di sua creazione è l’intera parte centrale).

“Master of Puppets” si conclude con un altro pezzo molto veloce e ritmato, per stampare in modo indelebile nella mente degli ascoltatori un’immagine di feroce aggressività e potenza.

Molteplici sono le caratteristiche che rendono unico il prodotto finale: la produzione ancora più curata, la varietà delle ritmiche, la stratificazione del suono e l’abilità tecnica con cui vengono suonate le otto canzoni che lo compongono.

In più, la voce di James Hetfield appare più “matura”: si nota immediatamente una maggiore padronanza della “strumento” da parte sua, cosa che gli consente di esprimere aggressività quando è realmente necessario, in modo da sottolineare le parti fondamentali della composizione.

Ma il tratto a mio parere realmente distintivo dell’intero disco è la combinazione di musica e testi: il messaggio non è comunicato solamente attraverso le note e le articolazioni sonore, ma anche e soprattutto attraverso le parole, che lo rendono immediatamente fruibile e riconoscibile.

La title track è ancora oggi una dei pezzi maggiormente richiesti dal pubblico durante i concerti, segno che “Master of Puppets” ha lasciato una traccia indelebile nella storia, nutrendo di nuova linfa gli appassionati del thrash metal e diventando una della opere cardine di questo genere.

Lars Ulrich, parlando di quel particolare periodo, ha detto: “Quando vedo le nostre foto del 1986, non posso fare a meno di notare quanto fossimo puri ed appassionati. Ognuno di noi era un fan sfegatato di qualche famoso gruppo e le nostre camere erano piene di poster di ogni genere”. Non può dunque stupire il fatto che dei ragazzi di soli 22-23 anni abbiano prodotto qualcosa che va oltre l’immaginazione: la passione, quando è forte e ben radicata, porta a fare cose inimmaginabili. Ovviamente, deve essere supportata dallo studio e dal talento.

Per interesse e cultura personale, infine, mi capita molto spesso di leggere sui social network i commenti lasciati degli utenti ai post legati alla band: frasi quali “Quest’album mi ha spinto allo studio della chitarra”, “Questa canzone ha cambiato per sempre il mio modo di concepire ed ascoltare il metal” danno la dimensione del cambiamento epocale portato dai Metallica, oltre che della loro determinante e positiva influenza su intere generazioni di musicisti.

Basta questo a determinarne la grandezza, senza ombra di dubbio.

 

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