Acdc: una scarica elettrica

L’articolo di stasera intende proseguire sulla scia di quello tempo fa dedicato ai Guns ‘n Roses. E’ infatti mia intenzione dare una seconda dimostrazione d’affetto, nei confronti di un altro dei gruppi che mi ha formato al rock.

Questa band mi è entrata nel cuore grazie alla sollecitudine di un mio compagno di liceo, che ha avuto la bontà di prestarmi la cassetta di uno dei suoi album più famosi, “Back in Black”.

Esatto, sto parlando degli Acdc. Nel mio cuore hanno ed avranno sempre un posto di riguardo, perché, come detto, è a loro che sono associati i miei primi ricordi legati al mio genere di musica preferito.

Se penso alle sensazioni che evocano in me le loro canzoni, la prima immagine che mi viene in mente è quella di una scarica elettrica, tra l’altro simbolicamente ritratta all’interno del nome della band.

Pochi gruppi sanno attivare come loro un circuito energetico dirompente, che travolge qualunque cosa si trovi nel suo campo d’azione e  contagia chiunque si collochi nelle vicinanze: è quindi impossibile resistere, l’istinto ed il cuore ci dicono di battere i piedi ed agitare la testa.

La carriera degli Acdc si divide sostanzialmente in due fasi: il passaggio dall’una all’altra è determinato dal cambio del frontman, in seguito alla morte di Bon Scott, che ha portato all’ingresso nel gruppo di Brian Johnson.

La prima fase è stata molto più breve della seconda, ma a mio parere altrettanto intensa. Spesso si fanno paragoni tra i due cantanti ed è allora che spunta sempre fuori qualcuno che dice “Eh, ma con Scott era tutta un’altra cosa”.

Devo dire di aver riflettuto molto su questo e, sebbene all’inizio fossi anch’io di quest’idea, con il tempo mi sono formato un’opinione diversa: i due cantanti non possono essere paragonati, ciascuno di loro ha svolto (e svolge ancora, nel caso di Brian) egregiamente il proprio compito ed il proprio ruolo.

Non si può chiedere (e credo che non gli sia mai stato chiesto) a Johnson di essere il macho che era Scott, non gli si può chiedere di essere sensuale ed ammiccante.

Se Scott poteva rappresentare un compagno di conquiste femminili, oltre che di grandi bevute, Johnson è il tipico amicone con cui condividere la propria passione per le auto veloci, sempre pronto a darti una pacca sulla spalla ed a sorriderti affabile.

Queste caratterizzazioni risultano evidenti anche nel modo che hanno i due artisti di muoversi sul palco, il primo con pose esplicite ed il secondo con le mani alzate verso la folla per arringarla ad una festa senza fine.

A volte mi diverto a giocare con quello che avrebbe potuto essere, chiedendomi come l’uno avrebbe cantato le canzoni dell’altro. La conclusione a cui sono arrivato è che ciascuno dei due è il miglior cantante possibile delle proprie canzoni, nel senso che le canzoni del primo periodo sono state create su misura per Scott, così come quelle della seconda fase per Johnson: questo è secondo me uno dei maggiori punti di forza della band, che ha saputo adattarsi al mutamento delle circostanze e creare nuove sfumature di stile senza mai snaturarsi.

Ho volutamente focalizzato questo mio articolo sul possibile “dualismo” tra i due frontman degli Acdc per parlare della band da un diverso punto di vista, che non fosse “Young-centrico” come la maggior parte degli interventi che mi è capitato di leggere.

Quando dico “Young-centrico”, io mi riferisco ad entrambi i fratelli, non solo ad Angus. Se quest’ultimo rappresenta l’anima elettrica del gruppo, con il suo dinamismo, il suo caratteristico passo, il suo continuo agitarsi mentre suona, il fratello Malcom era il vero termometro dello stato di salute della formazione australiana: lui dettava i tempi, forniva la base ritmica di ogni canzone, che veniva suonata sempre al suo ritmo. La parola “metronomo” in questo caso mi pare la più azzeccata.

Purtroppo nel caso di Malcolm è necessario usare il passato, dato che, per i noti problemi di salute, non è più parte attiva del gruppo.

La sua mancanza si sente eccome, anche se, quando ho assistito all’ultimo concerto di Imola, mi sono trovato davanti ad una band in grande spolvero, che sa ancora far ballare, battere il piede ed agitare la testa. Anche in questo caso, gli Acdc hanno dimostrato la propria forza, riuscendo a reinventarsi per reagire alle circostanze avverse.

Sono sicuro che non solo ad Imola, ma per l’intero ultimo tour, tutti abbiano suonato per Malcom, dandogli la migliore dimostrazione di amore che dei compagni di band possono regalare ad un musicista.

Lunga vita (ancora) agli Acdc.

 

 

 

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