Signori e signore, i Rolling Stones.

Forse la lunghezza della carriera non è il parametro assoluto e definitivo per determinare la grandezza di una band o di un musicista (Jimi Hendrix ha fatto storia in soli 4 anni), ma rende una grossa testimonianza della sua capacità di resistere al mutare dei tempi e delle mode, restando sulla cresta dell’onda senza farsi travolgere.

Il caso dei Rolling Stones è emblematico da questo punto di vista: il gruppo ha alle spalle più di 50 anni di carriera e continua a stupire.

Nati negli anni Sessanta dal celeberrimo incontro tra Mick Jagger e Keith Richards al binario 2 della stazione ferroviaria di Dartford (una targa è lì a ricordarlo), si distinsero da subito per la propria profonda inspirazione blues.

Non è quindi una casualità che il loro nome derivi da una canzone di Muddy Waters, leggenda di questo genere musicale, e che i primi dischi siano costituiti interamente da cover e rivisitazioni di pezzi blues del passato.

Dopo i primi anni di “apprendistato”, il gruppo prese una direzione chiara e definita, pubblicando il primo album composto interamente da canzoni proprie (“Aftermath” del 1966) e ponendo così le basi della futura grandezza planetaria.

Ciò che ha sempre caratterizzato gli Stones è stato lo stravolgimento dei canoni blues di partenza, attraverso ritmiche più serrate e testi lascivi, con continui riferimenti al sesso ed alle droghe.

Tutto questo li pose inevitabilmente come alternativa “sporca e cattiva” ai più ordinati e affabili Beatles, anche in seguito ad una precisa scelta manageriale: i due gruppi non si sono mai considerati come rivali, arrivando a scambiarsi dei pezzi, che l’uno scriveva per l’altro.

La carriera cinquantennale del gruppo è passata attraverso alcuni cambi di formazione, soprattutto nei primi anni, causa la prematura e triste scomparsa di Brian Jones e la successiva uscita del suo sostituto, Mick Taylor.

Molte sono state anche le vicissitudini di tipo personale che varie volte hanno messo a rischio l’alchimia della formazione inglese, dai processi per uso di droghe ai problemi con il fisco, passando per i litigi tra i già citati Jagger e Richards, le due personalità maggiormente di spicco all’interno degli Stones.

Nulla è però riuscito a mettere definitivamente fine a questa splendida avventura ed i fan di tutto il mondo ringraziano sentitamente.

L’ossatura principale dei Rolling Stones è rimasta integra negli anni, con la voce e le movenze sensuali di Mick Jagger, l’abilità nel creare riff di Keith Richards ed il furioso senso del ritmo di Charlie Watts: i primi due si sono accreditati con il passare del tempo come principale coppia creativa, dedita alla composizione ed alla scrittura delle canzoni, mentre il terzo ha cambiato radicalmente la propria impostazione ed il proprio approccio alla batteria, uscendo dalle ritmiche jazz e sposando una tecnica più aggressiva e potente.

La combinazione dei vari elementi crea un mix estremamente provocante per il pubblico, che esercita ancora un fortissimo appeal: è impossibile resistere ai continui ammiccamenti di Jagger ed alla straordinaria energia che il cantante riesce a sprigionare. Il tutto condito dagli storici giri di chitarra di Richards e dalla fenomenale regolarità e puntualità delle linee di batteria.

Gli Stones hanno anche dimostrato un’abilità fuori dal comune nella scelta dei propri collaboratori: un nome su tutti è quello di Bobby Keys, l’esaltante sassofonista la cui grandezza trova il più alto compimento nell’assolo di “Can’t you hear me knocking”.

Questa band ha fatto decisamente la storia e continua a farla: l’auspicio è che questo sogno continui ancora per molti anni.

 

 

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