“Slow hand” per sempre

Recentemente ho acquistato il triplo vinile celebrativo dei 70 anni di una leggenda vivente della chitarra chiamata Eric Clapton. L’opera riuniva i pezzi da lui suonati nei concerti alla Royal Albert Hall di Londra, proprio in occasione del raggiungimento della cifra piena.

La mia prima ed immediata sensazione è stata di sorpresa: “Non è possibile” – mi sono detto – “che quest’uomo suoni ancora meglio di qualche anno fa”. Mi è sembrato che la pastosità dei suoni, la delicatezza del tocco, l’eccellenza esecutiva raggiungessero in questi dischi delle vette raramente toccate da Eric nelle sue esibizioni dal vivo: questo mi ha suggerito il mio istinto musicale.

Questa introduzione mi è servita per dare una dimensione della grandezza di questo artista, che ha fatto della precocità uno dei tratti distintivi della propria carriera. Giovanissimo, entrò a far parte prima degli “Yardbirds” e poi dei “Bluesbreakers” di John Mayall: il bagaglio di esperienza accumulato confluì poi nel supergruppo dei “Cream”, fondato insieme al bassista Jack Bruce ed al batterista Ginger Baker.

Come se non bastasse, a ridosso degli anni ’70 collabora anche con Frank Zappa (incidendo alcune parti vocali e chitarristiche dei suoi primi album) e con i Beatles, contribuendo alla base strumentale del loro celebre “White Album”.

Da quel momento in poi, la vicenda musicale di Clapton ha subìto crolli e rinascite, in seguito alle morti del caro amico Duane Allman, di Jimi Hendrix (che rispettava, ma con il quale era anche in competizione) e soprattutto del figlio Conor, cui ha dedicato la bellissima “Tears in heaven”.

Questa concatenazione di avvenimenti ha contribuito ad indirizzare definitivamente l’artista verso il genere blues e verso una carriera solista, che ci ha regalato dischi di grande impatto sonoro ed emotivo.

Ascoltare Clapton ha sempre provocato in me particolari stati d’animo: a differenza di altri chitarristi, la cui cifra stilistica era data dal sovvertimento delle convenzioni e dallo sconvolgimento del mio essere interiore, Eric ha reso candida la mia anima, portandola ad un livello di eccezionale purezza e verso una condizione di piena serenità.

A mio parere, può essere considerato come una delle più elevate espressioni della tecnica chitarristica: Eric sa rendere apparentemente facili le cose difficili, con un’immediatezza di esecuzione ed una capacità di entrare in simbiosi con lo strumento che difficilmente riesco a trovare in altri artisti.

Il suo tocco pulito e delicato mi fa venire letteralmente i brividi: sembra quasi che l’immenso rispetto che ha per lo strumento lo induca a fargli “meno male possibile”, cullandolo ed accarezzandolo con dolcezza.

Un altro suo tratto estremamente distintivo, per concludere, è l’estrema duttilità, poiché sa emozionare sia con la chitarra elettrica che con quella acustica, dote che contraddistingue i veri bluesmen moderni.

Stasera è quindi tempo di ringraziare Eric Clapton, che ci fa sognare ogni volta che imbraccia una chitarra.

 

 

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