Quei quattro ragazzi di Liverpool che fecero la storia

Oggi è un gran giorno per la musica, dato che ricorre l’anniversario dell’introduzione dei Beatles nella “Rock ‘n Roll Hall of Fame”, la stanza dei trofei del rock, che contiene (o dovrebbe farlo, viste le eccezioni) tutte le personalità che hanno lasciato un segno indelebile nella sua storia.

Nel 1988, esattamente 25 anni dopo l’uscita del loro primo disco (come vuole una delle regole alla base dell’ammissione al “club”), John, Paul, George e Ringo ricevevano l’ambito riconoscimento.

Ne hanno fatta di strada quei quattro ragazzi, dagli inizi incerti e faticosi alla gloria dell’Olimpo. Fondamentale fu per loro l’incontro con Brian Epstein, la persona che dal 1961 si occupò di tutti gli aspetti manageriali della loro carriera, coccolandoli come se fossero suoi figli e prendendo in alcuni casi decisioni difficili al loro posto.

Negli anni immediatamente precedenti al sodalizio con Epstein, il gruppo vide alcuni cambi sia di nome che di formazione e si fece le ossa suonando per ore ed ore cover di classici del rock ‘n roll in piccoli club, soprattutto tedeschi, visto che la Germania sembrava essere più ricettiva dell’Inghilterra verso le nuove tendenze musicali della fine degli anni ’50.

I primissimi anni furono dunque fatti di sudore e sangue, le fondamenta dello spirito del rock: la birra e le sostanze proibite erano il carburante che consentiva alla band di tenersi in piedi ad oltranza. Molti ritengono che quello fosse realmente ciò che il leader John Lennon preferisse fare.

Il nuovo manager impose poi ai quattro ragazzi un radicale cambiamento di immagine, come veicolo per un sicuro successo: si passò dai giubbotti di pelle agli abiti su misura, dagli stivali alle scarpe eleganti, dai capelli lunghi e ribelli ai caschetti, perdendo molto di quello spirito selvaggio che tanto era piaciuto al pubblico dei maleodoranti e soffocanti club degli inizi, ma ponendo le premesse per il possesso del mondo. Nella seconda parte della loro carriera, una volta raggiunta una sconfinata popolarità, i Beatles tornarono ad uno stile più assimilabile a quello delle origini.

La formazione definitiva del gruppo così come la conosciamo era una macchina perfetta, capace di sfornare singoli e dischi a getto continuo, senza nessuna apparente difficoltà. Epicentro di tutto era la coppia creativa Lennon-McCartney, che scriveva gran parte dei testi e delle melodie: i due, pur collaborando attivamente (molte delle prime canzoni nacquero da loro strimpellamenti alla chitarra sul divano), avevano un approccio diverso alla composizione.

Lennon era il più aggressivo dei due e faceva molto uso di giochi di parole, satira ed immagini evocative, mentre Paul era il più dolce e si affidava a melodie orecchiabili e rassicuranti, apparentemente più ammiccanti ed intuitive.

Il collante di questi due fuoriclasse fu per tanti anni George Martin, il produttore dei Beatles, che costituì la seconda figura di estremo rilievo nella loro vita dopo Epstein: il suo ruolo era di prendere il materiale “grezzo” di John e Paul e creare gli effetti sonori di contorno ed i raccordi tra le varie parti melodiche di ciascuna canzone. Il risultato era molto spesso una meraviglia fatta di un intrico di sensazioni diverse e mutevoli, di stimoli e provocazioni melodiche a non finire.

Il ruolo di George e Ringo divenne sempre più rilevante con il passare del tempo: entrambi incrementarono notevolmente il proprio contributo compositivo ed arrivarono a cantare in alcuni pezzi, dando nuova linfa al gruppo e portandolo a visitare territori fino a quel momento inesplorati.

Per quanto mi riguarda, quando penso ai Beatles mi viene in mente un amico del cuore affidabile, ma allo stesso tempo scanzonato: sai che puoi contare su di lui in qualunque momento e che non ti deluderà mai, ma anche che è sempre in grado di stupirti, andando oltre le tue aspettative.

Ogni loro disco porta qualcosa di nuovo rispetto al precedente, trasportando l’ascoltatore su dimensioni sempre nuove ed alimentando la sua anima con un’estetica della raffinatezza difficilmente ritrovabile in altri gruppi.

Il mio grazie questa sera va dunque a John, Paul, George e Ringo.

 

 

 

 

 

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